IL CLUBBING E LA NOSTRA SERIE A: SPAVENTOSE ANALOGIE

Un tempo avevamo il Campionato più bello del mondo. Ve lo ricordate?

Anni ’80: stadi pieni, i più grandi giocatori che facevano a gara a venire da noi (dal Brasile, dai Balcani, dall’Argentina), le partite meno di cartello che a Roma o Milano facevano cinquanta, sessantamila spettatori, e a Torino comunque non si scendeva sotto i quarantamila, Marassi di suo era praticamente sempre pieno e a Verona al Bentegodi anche negli anni che non erano quelli dello scudetto si stava facile tra i venticinque e i trentamila.

Non ce n’era uno che ci sfuggisse, dei più grandi campioni: dopo un solo anno nel (già ricchissimo) Barcellona, il più grande di tutti, Diego (R.I.P.), sentì il bisogno di venire da noi; Zico lasciò il Brasile solo perché la chiamata ad arrivare era quella dall’Italia (nessuno altro si sarebbe azzardato a strapparlo al Flamengo); Platini era conteso da Inter e Juve e da nessun altro in Europa; Socrates (ormai sgonfio), Junior (sempre fortissimo), Rummenigge (una via di mezzo, rispetto agli anni d’oro al Bayern), tanto per continuare l’elenco. Avevamo i migliori. Sì. Avevamo i migliori.

Ma non (solo) perché li strapagavamo. Venivano da noi perché volevano, fortissimamente volevano venire da noi; arrivavano da noi anche perché li aspettavano stadi pieni come in nessun’altra parte al mondo; venivano da noi perché il calcio era una ragione di vita, era passione viscerale, era il modo più puro per esprimere le proprie passioni. E al livello più alto.

Trenta, trentacinque anni più tardi – e lasciamo stare la pandemia anno 2020, che non fa testo per nessuno, lo sguardo arriva a fino a un attimo prima del suo irrompere – ciò che avevamo era essere la terza o quarta scelta dopo Inghilterra, Spagna ed una fra Germania e Francia; o era stadi tristi, con schiere infinite di seggiolini vuoti stile campionato croato o ungherese (pure in Austria e Polonia gli stadi si riempiono di più…). E a tutto questo almeno ci siamo arrivati risparmiando? No: dallo splendore degli anni ’80 alle miserie dei duemila e qualcosa siamo arrivati perdendo sempre più soldi, con deficit sempre più drammatici. Il campionato di Serie A, da anni a questa parte, è una bomba ad orologeria di debiti. Che al solo scopo di diminuire dei diritti tv (negli anni d’oro, praticamente irrisori) rischia di esplodere, lasciando solo lacrime, miserie, macerie. Che diavolo è successo?

Ok. Cambio di prospettiva.

Un tempo, avevamo probabilmente anche il clubbing più bello del mondo

Oh sì. 

Ricordate? La Riviera, che era la “vera” Ibiza di allora; ma anche, cambiando sponda, tutta l’incredibile wave toscana. O Roma, che dire di Roma: coi suoi rave che erano i più incredibili d’Europa (…non a caso la prima volta che i Prodigy misero il naso fuori dall’Inghilterra fu per andare a suonare nella Capitale). Napoli faceva scuola nella house, il Veneto univa quantità, qualità e follia, in Lombardia si macinava, in Emilia non ne parliamo, in Piemonte alcune delle discoteche più grandi d’Europa, e potremmo continuare. 

Altrove?

La Germania aveva Monaco, Francoforte e nemmeno tanto Berlino (che esplose dopo, almeno quindici anni dopo il crollo del Muro); la Francia, mah, prima del French Touch quasi non pervenuta; l’Inghilterra ok, era super, ma del resta era una nazione dove la musica è sempre stata nel DNA della nazione, e pure il ballo se ne giovava; Olanda poca roba, in Belgio c’erano fissati dell’EBM e del new beat e poco altro; e la Spagna infine, ok, la Spagna aveva la “movida” (quella vera, non quella citata ad cazzum dai media oggi) ma era più una faccenda di bar e baretti a Madrid e Barcellona, Ibiza era una bislacca terra di frontiera per freak veri e riccastri che giocavano a fare i freak, fra pochi intimi. 

C’eravamo noi, invece. Il clubbing più potente d’Europa – ex aequo con l’Inghilterra, va bene – ce l’avevamo noi. La passione più bruciante ce l’avevamo noi (…vi ricordate quanti chilometri si facevano da tutta Italia per arrivare al Cocoricò, o la gente in nave dalla Sardegna per andare all’Insomnia?). Tutto questo capitale? L’abbiamo dilapidato. Dilapidato. Qualcosa resiste, certo, qualche eccellenza non manca, qualche azienda sana sta ancora benissimo sul mercato, altre sopravvivono più o meno dignitosamente: ma quel senso de “Siamo il centro del mondo!” oggi strapperebbe solo amaro sarcasmo – verrebbe visto come uno scherzo che non fa ridere, in un settore che è sempre più preso tra numeri in calo, debiti un aumento, pubblico sempre più difficile da catturare.

Il parallelo è perfetto, col calcio. Drammaticamente, infaustamente perfetto!!

Mettiamole a fianco queste due situazioni, mettiamo a fianco il nostro calcio e il nostro clubbing: perché nel farlo, potremmo capire dove abbiamo sbagliato. Dove le cose hanno iniziato ad andare male. E cosa potremmo fare, per tornare a farle andare bene.

Nel calcio, c’ha fregato il successo. 

Ma c’ha fregato il successo perché ad un certo punto abbiamo pensato che le cose sarebbero andate avanti da sole, in eterno, sempre più trionfali, sempre più ricche, e la gente c’avrebbe seguito sempre, sempre. Di più: ad un certo punto è emersa la vena aurea dei diritti televisivi e, col miraggio della immediata ed esponenziale monetizzazione, abbiamo iniziato a smantellare la sacralità attorno all’evento-partita, attorno ad ogni singola giornata di campionato. 

E’ andata malissimo. All’inizio ci sembrava che le cose andassero comunque bene – ricordate il dominio nelle coppe, le “sette sorelle”? Che poi si è scoperto che almeno tre di queste – Parma, Lazio, Fiorentina – stavano filando dritte verso il baratro? E per questo motivo in un primo momento si è ritenuto che sì, alé, siamo sulla direzione giusta, il giochino funziona. 

…quando invece siamo ritrovati ad essere da primo a terzo o quarto campionato d’Europa senza neppure accorgercene. Abbiamo iniziato a vedere gli stadi che si svuotavano, e abbiamo pensato che “…massì, tanto ci sono i diritti televisivi, non è che la gente abbia meno voglia di calcio, possiamo stare tranquilli”.

Non abbiamo innovato. Non abbiamo preteso che ci fossero persone preparate nei vari ruoli, abbiamo pensato fossero molto più utili e produttive quelle furbe, maneggione, paracule. Non abbiamo messo al centro del nostro mondo lo spettatore allo stadio, ma gli incassi da sponsor e diritti televisivi. E i calciatori, abbiamo iniziato a pagarli sempre di più; soprattutto, abbiamo iniziato a pagarli di più di quello che ci portavano davvero. Lo ripetiamo, per chi non l’avesse capito o letto bene: abbiamo iniziato a pagarli di più di quello che ci portavano davvero. E questo perché c’erano i tifosi da soddisfare, l’opinione pubblica da vellicare, uno sfoggio di sfarzo e potenza – che ci si giocava poi anche politicamente e/o per maneggi strani, vedi Tanzi e Cragnotti – da ostentare. 

In tutto questo, è proliferata interiormente al sistema tutta una corte di agenti, agentucoli e direttori sportivi che cadevano sempre in piedi anche se facevano disastri – e che potevano decidere di fare stare fermi o far finire in squadre quasi irrilevanti giocatori ed allenatori che facevano sognare i tifosi.

…li state facendo già, i parallelismi? 

Dovreste. 

Se non avete già iniziato, lo facciamo noi per voi. 

Abbiamo pensato che le discoteche sarebbero state sempre piene, che avrebbero generato sempre i profitti, che sarebbe stato sempre semplice fare un sacco di nero

Abbiamo pensato che non ci sarebbe stato mai nulla di meglio delle discoteche e dei club per far incontrare le persone, per farle innamorare, per far provare a loro delle emozioni inedite – non capendo che stavano arrivando all’orizzonte i social, le chat, i servizi di streaming. 

Abbiamo creduto che non c’era bisogno di aggiornarsi, di cambiare, di modernizzare, e che al massimo era sufficiente qualche moda importata da altri paesi (Germania ed Ibiza, più ancora che Inghilterra o Stati Uniti) per farci stare sempre a galla, non capendo che una moda importata è pur sempre una moda importata – qualcosa di meno vivo, autentico, “proprio”. 

Abbiamo creduto che al calo di interesse della clientela si potesse rispondere potenziando la rete dei PR, mettendoli al centro del progetto (…togliendo da esso i direttori artistici realmente preparati e visionari, per quanto “scomodi”); e i PR hanno pensato che si potevano fare gli stessi numeri, se non di più, adottando un approccio “commerciale”, massificato, da vendita un tanto al chilo e con messaggi automatizzati sui social (…come se fosse questa, la vera “innovazione”). 

Quando le cose hanno iniziato a mettersi male o anche solo a declinare leggermente, abbiamo pensato che la soluzione a tutti i guai sarebbe stato pagare, pagare e strapagare sempre di più l’ospite, fino ad arrivare in una situazione assurda per cui una sala all’80% della capienza reale (non parliamo di quella legale, notoriamente ridicola e senza senso, ma di quella reale) non garantiva il break even.

E adesso? Ora che lo stop da pandemia ci impone e ci dà modo, molto più di prima, di guardarci allo specchio e di capire quanto abbiamo in saccoccia per sopravvivere?

Il calcio, non sappiamo se si salverà. Se cioè si riformerà e se risorgerà, o se sempre più l’interesse degli appassionati andrà verso la Premier, la Liga, La Bundesliga, la Ligue 1 e noi saremo sempre più provincia dell’impero e campionato con gli stadi semivuoti tranne due, tre partite di cartello all’anno. 

Ma il clubbing, beh, sul clubbing siamo ancora abbondantemente in tempo per fare qualcosa. Abbiamo anche meno zavorra del mondo del calcio, ehi: meno sanguisughe che hanno il potere di mantenere intaccato il meccanismo per continuare a nutrirsi e succhiare sangue, meno persone con una visione ottusa e tradizionalista, più innovazione, più voglia ed umiltà nel guardare verso le best practice estere. Sì. Siamo in tempo. 

Ma chi ha tempo, non perda tempo.

E’ arrivato il momenti di ricostruire. 

E’ arrivato il momento di riflettere, molto molto attentamente, su come farlo nel modo migliore. 

Senza ripetere gli errori che ci hanno portato al declino. Ad un lungo, (in)evitabile, stupido declino.

[ Damir Ivic ]

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