DISCOTECA vs CLUB?!

Quanto tempo si è impiegato nelle guerre fra commerciale ed underground, fra mainstream e ricerca? Attenzione: non è stato tempo perso ma, soprattutto, non è qualcosa che si poteva evitare. Era da fare, ed è stato fatto. Ma oggi il panorama è diverso, le condizioni di partenza sono mutate – per tutti: belli e brutti, commerciali e sotterranei – e allora forse è il caso di fare una revisione complessiva su questa problematica. Per iniziare ad applicare nuovi metodi per analizzarla e, in caso, cavalcarla. O al contrario evitarla tout court.

C’è un moto di fastidio, per certi versi anche comprensibile, fra chi gestisce locali di taglio più commerciale verso l’avvento della “cultura” nel mondo della notte, tramite il grimaldello linguistico e non solo linguistico della “club culture”: viene visto come un modo di tirarsela da parte di una determinata cerchia di operatori che si sentono migliori di altri, viene visto come un marchio finto&farlocco (perché in fondo spesso anche nei locali “underground” si guadagna e manco poco, oltre a tentare di massimizzare i profitti con tecniche simile a quelle dei locali tradizionali: e allora dove sta la differenza?).

Onestamente: spesso e volentieri, è una visione corretta. Messa in questi termini, è una visione assolutamente corretta.

Cosa c’è di underground in Ibiza e nei suoi cocktail a 25 euro e nei suoi tavoli a costi indecenti? Cosa c’è di underground in Paul Kalkbrenner? Cosa c’è di underground in cachet a quattro, cinque zeri? Cosa c’è di underground in un sistema dove i suoi primi creatori – gli artisti – pretendono hotel a quattro stelle se non cinque e cene luculliane degne di Bruno Barbieri? Cosa c’è di underground in un mondo techno e house dove sempre più conta chi ha il Social Media Manager migliore e non chi suona meglio?

E quindi, se così stanno le cose (…e così troppo spesso stanno), perché chi è dedito a generi come techno, house e dintorni guarda così dall’alto in basso chi si occupa di serate commerciali, che mettono in campo il genere-del-momento (ora la pop, la trap e il latino-americana, domani chissà)?

E’ una domanda cruciale.

…e il modo peggiore per affrontarla e cercarci una risposta, è usarla come pretesto per sfogare fastidio, frustrazione, odio, voglia di azzerare il nemico (in scala crescente: c’è chi si ferma solo al primo o al secondo step). Creando guerre. Creando rivalità da Guelfi e Ghibellini.

Chi ha un locale di impostazione commerciale, fidatevi, dovrebbe ringraziare gli imprenditori della notte della nuova generazione dall’indirizzo ben preciso e ricercato, quelli insomma della “club culture”. Al di là della concorrenza, al di là della eventuale spocchia, hanno immesso nel mondo del divertimento e del loisir una nuova dimensione, “chiamando” così nuove fasce di pubblico e creando nuovo motivo d’interesse attorno all’atto sociale del ballo, aggiungendo a parole (e in qualche caso pure nei fatti…) una nuova dimensione, quella “culturale”, capace (almeno potenzialmente) di rivolgersi alle istituzioni in un’altra maniera. Hanno cioè ampliato l’offerta, rinnovato l’interesse, arricchito l’identità, reso più multiforme e diversificata una piattaforma comune, quella del fare impresa con la voglia di divertirsi delle persone, che è quello che qui su “Clubbers” ci interessa, quello che la Academy Vademecum Nox insegna.

Chi ha un locale che ha fatto sempre e solo commerciale, crede davvero che senza la concorrenza dei templi e tempietti techno/house e della fighetteria (finto) intellettualoide della “club culture” la vita sarebbe stata più facile? Sì? Sul serio? O non è che forse una offerta “discotecara” sempre uguale, sempre la stessa, senza contraltari e diversificazioni, sarebbe diventata sempre meno attraente, sempre meno “sfidata”, anno dopo anno, fino a spegnarsi un po’ da sola?

Ma rovesciamo la prospettiva.

Chi preferisce la “club culture” e non trova particolarmente attraente ciò che è commerciale (e chi vi scrive ad esempio è abbastanza in questo partito), perché dovrebbe avere dei problemi se c’è chi si trova più a suo agio a farsi una serata tra cover band, Raffaella Carrà, “Despacito” e se va bene Sfera Ebbasta? Se anche queste persone “altre” fossero obbligate a considerare la tua offerta (che ne so, con nomi da line up del Sónar o dell’Unsound o del Time Warp), una volta che esse vengono veramente nel tuo evento pensi che si divertirebbero? Pensi che entrerebbero sulla giusta lunghezza d’onda?

Magari sì. Qualcuno sì. Ma tendenzialmente, a farlo sarebbero in pochi. Tanto quanto infatti per me è fastidioso sentire dieci minuti di Baby K, altrettanto può esserlo sentirne dieci di Villalobos e delle sue microvariazioni su una tech-house apparentemente sempre uguale. Sono per forza una persona migliore, se preferisco Ricardo Villalobos a Baby K?

Sono una persona con interessi diversi, quello sì. Sono una persona che crede nella ricerca e nell’approfondimento, e non si accontenta della “instant satisfaction” del pop. Sono una persona che è convinta che la cultura inserita nel contesto del loisir sia un bell’investimento tanto sociale quanto economico (ancora dal grande potenziale di crescita), mentre il mero profitto è una via meno interessante (e già da tanto tempo battuta, quindi col rischio di essere sempre meno efficace). E sono una persona per la cultura nel campo del ballo e delle fenomenologie di vita “notturna” ed alternativa si batterà sempre tantissimo.

Il punto, se siete o volete essere imprenditori nel campo notturno, non è “fare la cosa giusta”. Il punto, invece, è “fare la cosa giusta per voi”.

Cosa si lega meglio agli interessi vostri e delle persone che volete come compagni di viaggio in una avventura imprenditoriale? Dove vi trovate più a vostro agio? Con chi “parlate” meglio?

La domanda da farsi è questa.

Anni ed anni di “Mi fa schifo ‘sta roba underground, ma vedo che funziona e fa guadagnare quindi la faccio” hanno affossato molti locali commerciali, diventati né carne né pesce; anni ed anni di “Che schifo la roba commerciale” ma intanto ne scimmiotti riti e dinamiche imprenditoriali hanno reso molto meno sincera e meno efficace la componente underground, col risultato che al primo refolo di Netflix ed Amazon Prime i venti/trentenni hanno iniziato a preferire lo stare a casa.

Chi si divertiva con la “Macarena” e ora vuole farlo con “Despacito” è, per certi versi, più onesto di chi dice di ascoltare solo la minimal della Perlon e di poche altre label, ma in realtà quello che gli interessa è drogarsi come un cavallo (se uno sceglie la droga come primo strumento di divertimento personale liberissimo, ma non deve spacciarlo per musica&cultura) o arrivare finalmente a stare in console a farsi vedere (…ma allora che differenza c’è fra quelli che vanno nelle discoteche dove fanno le comparsate i Grandi Fratelli e i tronisti?).

E’ stato giusto lottare per portare la “club culture” in Italia. Londra, Ibiza, Berlino, e non solo coca, privé & champagnino.

E’ stato giusto sognare un rinnovamento delle discoteche incoraggiando la nascita dell’entità alternativa del “club”, e combattere per un modello che non fosse solo incentrato sulla hit radiofonica o l’icona televisiva del momento.

E’ stato giusto, perché ha portato ricchezza.

Ma diventa ingiusto, profondamente ingiusto e dannoso, nel momento in cui ho la convinzione che la “mia” vita, che io sia commerciale o underground, passi dalla “tua” morte. E’ in quel momento che la dialettica da costruttiva diventa distruttiva.

Dite un po’: in questa fase storica, dopo un anno di stop quasi ininterrotto e un peggio per l’economia che sta ancora per arrivare, è utile distruggere o costruire?

Bisogna capire. Bisogna ragionare. Bisogna studiare i meccanismi più profondi dei vari contesti, in modo laico, senza pregiudizi, senza abdicare alle proprie convinzioni ma cercando di capire pure quelle altrui, lasciando loro diritto di cittadinanza.

E bisogna guardarsi dentro se stessi, per capire ciò che si vuole davvero. Non è nemmeno questione di fare una scelta secca commerciale vs. underground: pensarlo equivarrebbe a non aver capito il discorso che qui si sta portando avanti. Uno può infatti anche legittimamente decidere di combinare i due piani, miscelare le due attitudini, intrecciare le due dinamiche.

Ma nel farlo – ed accidenti se in posti come Ibiza ma per certi versi anche Berlino lo hanno già fatto, (ri)fiorendo – deve avere una perfetta consapevolezza di quello che sta facendo. Nel momento in cui non ce l’ha, ciò che crea è un elemento via via sempre più spurio, sghembo, storpio. Viene fuori uno scimmiottamento senza identità; o del paraculismo senza qualità, in cui cerchi di mescolare gli ingredienti migliori ma senza saperli usare davvero, senza saperli dosare.

Non si riparte dal commerciale.

O non si riparte dall’underground.

Non si riparte nemmeno dalla discoteca, così come non si riparte dal club.

No.

Si riparte dall’onestà. Dalla correttezza fiscale. Dalla conoscenza delle normative. Dallo studio della materia musicale di cui ci si occupa, qualsiasi materia sia. Dalla voglia di essere originale, e non dalla voglia di copiare (per superare ed annientare) il proprio competitor.

Si riparte dalla valutazione attenta di un business plan che sia strategico, e che dia soddisfazione emotiva e non solo economica.

Si riparte dalla capacità di investire energie economiche e nervose non nelle scorciatoie o nei tranelli, ma nella costruzione di nuove strade che possano essere calpestabili da tutti, senza per questo dimenticare o ridicolizzare differenze e specificità.

E si riparte infine dal fatto che quando inizierai a vedere i tuoi clienti come persone e non solo come numeri, fidati che ti sentirai molto meglio.

Ecco, quest’ultima cosa è un bell’insegnamento della prima, primissima “club culture” al momento del suo avvento: è uno dei suoi salti di qualità più caratteristici rispetto a quello che era/è diventata la “discoteca”. E vale per tutti, come spunto e stimolo. Ora forse più di prima.

Teniamocelo stretto.

Commerciale versus underground? Discoteche versus club? Finto problema.

…e le lotte contro i competitor diretti, se sono la bussola del tuo agire, stai pur sicuro che ora magari sopravvivi ma tempo qualche anno ti schianti sugli scogli.


[ Damir Ivic ]

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