L’HATE MANAGEMENT NEI LOCALI

Esiste da ora in poi una priorità, nel mondo della notte: imparare ad affrontare e gestire una nuova disciplina. Disciplina di cui non parla ancora nessuno. Disciplina che si chiama: Hate Management.

Ora: come spesso succede le diciture in inglese sono spesso una scusa per dare una confezione nuova, scintillante, accattivante a questioni vecchie, che sono in giro da sempre. Chi opera nel mondo del marketing (a proposito: “marketing” è un termine inglese, guarda caso) lo sa.

Questo riconfezionamento però spesso e volentieri è urgente, è necessario, ed è un modo (ri)attirare attenzione ed energie verso aspetti, pratiche e dinamiche che sono fondamentali. Non a caso, al marketing sono destinate sempre cifre ingenti, nelle architetture economiche contemporanee. Non a caso, è il marketing ormai a muovere il mondo e gli investimenti tanto quanto la facciano ricerca o le decisioni politiche o le grandi strategie.

Dobbiamo venire a patti col marketing!

Dobbiamo saperlo usare! Dobbiamo renderlo utile, non solo fuffa.

E allora: Hate Management. Ma che significa? Perché lo stiamo tirando in ballo? Che c’azzecca?

Seguiteci.

Troppo spesso si dimentica che chi opera nel mondo della notte e del divertimento ha a che fare col mondo delle passioni, del lasciarsi andare, del trasporto emotivo e libidinale.

E’ la dimensione del desiderio.

Cosa rara? Cosa particolare?

In fondo, il desiderio è (anche) quello che c’è in ogni imprenditore di fare bene il suo lavoro e di guadagnarci sopra il più possibile movimentando prodotti e servizi, giusto per dire.

Ok, nulla di strano. Ma nel mondo della notte e del divertimento, occhio che le cose si complicano.

Il “prodotto” movimentato/venduto/acquistato non è un oggetto “terzo,” ma è direttamente altro desiderio: quello cioè dei clienti, dei propri ospiti, delle persone con cui ci si interfaccia, tutto ciò non in maniera mediata, ma in maniera invece dannatamente diretta. Chi fa impresa in certi settori, il desiderio lo deve proprio attirare “in casa”. Non deve solo evocarlo, per spingere a un determinato comportamento di consumo; no, deve proprio portarlo fisicamente lì, davanti da a sé. Ci deve giocare. Lo deve affrontare de visu. Corpo a corpo.

Non è una differenza da poco.

Devi infiammare le persone. Devi eccitarle, obbligatoriamente con gusto ed eleganza. Devi divertirle. Devi cercarne l’euforia. Devi regalare a loro il sogno di poter avere – fosse anche solo per un attimo – una vita migliore.

E devi farlo avendo a che fare lì, in tempo reale, proprio coi loro corpi, con la loro voce, coi loro movimenti, con loro emotività, emotività in qualche caso imprevedibile. E’ un casino.

Non è facile infatti gestire l’emotività. Ci vorrebbero corsi di formazione apposita. O almeno la consapevolezza dell’impegno da sostenere.

Allargando l’obiettivo, lo vediamo da certi casini che ci possono essere nel mondo comune dell’impresa e degli affari, quando per la voglia di strafare e per vanità si fa il passo più lungo della gamba. O lo vediamo da quanto sia diventata una giungla l’interazione fra persone via social, quando c’è gente che butta giù su tastiera parole e pensieri che mai, mai, mai avrebbe il coraggio di ripetere a voce avendo di fronte di persona l’oggetto di questi parole e pensieri.

E questi, figuriamoci, sono ancora contesti “normali”, dove l’emotività è – come dicevamo sopra – “mediata”.

In discoteca e nei club, no.

Il desiderio, la pulsione libidinale è moneta di scambio, anzi, la moneta di scambio per eccellenza.

Lo è spesso anche nella forma di interazione economica e gestionale di settore: nei servizi al cliente devi apparire, devi stupire, devi dimostrarti irresistibile, e devi farlo così tanto – questo richiede il lavoro di cui ti occupi – che finisci col farlo anche nell’interfacciarti poi coi competitors, con le transazioni di mercato.

L’altra faccia dell’amore, non c’è bisogno di scomodare Catullo per dirlo, è l’Odio.

Hate Management.

Chi gestisce un’attività nel mondo della notte e del divertimento dovrebbe imparare ad avere più sangue freddo della media: questa è la verità spesso sottaciuta.

Maneggia una materia veramente sensibile.

Una materia infiammabile. Gioca con l’emotività e con l’ego delle persone in maniera molto più diretta di quanto possano farlo altri: dovrebbe quindi avere più esperienza e più consapevolezza.

(Corollario: chi discute delle sorti del clubbing, della musica e dei dj – se lo fa a livello professionale, e non come discussione da bar – dovrebbe essere ancora più prudente nell’infiammarsi e nell’essere troppo partigiano)

Quanto male ha fatto alla discoteca e al clubbing l’immaginario del proprietario (o del cliente) “sborone”???

Quanto male ha fatto alla discoteca e al clubbing il tollerare se non addirittura considerare normale il fatto che scoppiassero delle risse in pista???

La cruda verità è che dovremmo arrivare al punto in cui non è tanto la pubblica autorità a dover chiudere un locale per “x” settimane in seguito a delle risse, in ottemperanza al famigerato TULPS eredità sgradita del ventennio fascista, ma la proprietà stessa a dirsi “Vengono da me a picchiarsi e a fare sfoggio di aggressività, sto sbagliando qualcosa, fammi capire”.

Uno dice: “E ma l’aggressività fa parte della nostra società”.

Vero.

Uno dice: “E ma non mi posso sostituire io alla scuola o ai genitori, se la gente non è educata”.

Vero.

Ma se ti arrendi al fatto che non sai gestire l’emotività delle persone, se ti arrendi al fatto che cerchi di attirarne l’amore (la libido) ma non vuoi responsabilità quando ciò infiamma contestualmente pure l’odio, l’atteggiamento aggressivo e distruttivo, allora stai facendo bene solo a metà il tuo lavoro.

Farlo bene a metà non è più abbastanza, non nel Clubbing 2.0.

E’ stato abbastanza per un sacco di tempo, quando bastava aprire una discoteca e si guadagnava, quando bastava fare bene i PR e si guadagnava, quando bastava chiamare l’ospite straniero e si guadagnava, quando bastava stipare più gente possibile tra le proprie mura e si guadagnava.

Ma questi tempi sono andati e, ad occhio, non torneranno per un bel po’ (ammesso e non concesso che tornino mai).

È FONDAMENTALE IMPARARE A GESTIRE LE EMOZIONI. LE TUE. QUELLE DEI TUOI COLLABORATORI. QUELLE DEI TUOI COMPETITORS. QUELLE DEI TUOI CLIENTI.

E’ una questione di buon senso. E’ un passo importante. E’ forse quello che sapevi o lo intuivi già – ma in fondo non l’hai mai ritenuto così decisivo, pensando che le cose sostanziali e davvero “professionalizzanti” fossero altre.

Invece forse bisogna ripartire anche da qui, o proprio da qui.

Pensiamoci su.

E se la confezione linguisticamente fighetta dell’inglese – ehi, “Hate Mangement”, senti come suona bene!, senti come suona una disciplina seria!, da capitano d’impresa – serve ad attirare l’attenzione su questo punto, ben venga.

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