VIRTUALE vs NON-VIRTUALE

E’ bello combattere per le proprie idee, per le cose in cui si crede. E’ bello, è giusto. Accidenti se lo è.
Ma certe volte bisogna anche chiedersi: lo sto facendo bene? Ne vale la pena? Sto davvero spendendo energie, convinzioni ed idee nel modo corretto e più sensato?

Tipo, tanto per stare sulle cose “nostre”: abbiamo attraversato anni ed anni a creare battaglie furibonde sulla sfida vinili vs. chiavette.

Ora, non è che vogliamo sottovalutare cosa si portino dietro le due diverse posizioni (usare i vinili implica un approccio al deejaying e al clubbing in generale con delle sue specificità, delle sue unicità: negarlo è miope), ma è anche vero che nel quadro complessivo deve sempre rientrare una realtà “alta”, superiore, un massimo comune denominatore: più di tutto, conta la musica e il saper far stare bene la gente.

Perché sì: un set con le chiavette, magari pure col malefico sync, sarà comunque migliore di un set fatto sì coi vinili ma sviluppato veramente alla cazzo, sbagliando dischi, sbagliando mixaggi, sbagliando tempi e dinamiche. E ve lo dice uno che mediamente stima ben di più chi sa cavarsela coi vinili, per mille motivi.

Ci son insomma le diverse posizioni ed è giusto che siano articolate e, se necessario, difese e propagandate; ma poi c’è anche una dimensione superiore, definitiva, quella che deve fare da punto di riferimento finale.

Quella che conta di più.

E che una volta che la inquadri, nel tuo radar mentale, ti aiuta ad arrivare prima e meglio alle soluzioni di tutti i nodi da sciogliere e su cui ti stai dividendo con persone con cui, in fondo, hai interessi e passioni simili. Ricordati di cercarla sempre, questa “dimensione superiore”. E’ un ottimo esercizio.

Applichiamo tutto questo sul campo, sulla realtà dei fatti clubbari? Sì, dai.

Applichiamolo su uno degli argomenti caldi di questo periodo: il Virtuale.

Siamo (quasi) tutti stufi dei dj set in streaming, siamo (quasi) tutti stufi di vivere solo attraverso uno schermo, siamo (quasi) tutti stufi di dj e promoter che pur di non scomparire agli occhi dei loro affezionati – o di se stessi? – hanno colonizzato il web con la loro presenza, con numeri spesso residuali.

Siamo anche un po’ stufi delle parole, di tutti i discorsi che in un anno e mezzo ci siamo letti o detti sullo stato del clubbing senza però poter mai dare un riscontro o una prova reale, sul campo. Caspita se lo siamo.
Siete forse già stufi anche di leggere queste righe qui – vorreste essere su un dancefloor a ballare, o in un club ad organizzare, o in console a suonare – e francamente di filtrare tutto attraverso un monitor non ce la fate più.

Vi capiamo. Vi capiamo eccome.
Noi per primi.

E noi per primi vi diciamo: l’esperienza reale è tutt’altra cosa.

Noi per primi vi diciamo: tra una serata in carne ed ossa in un club minore e la migliore delle Boiler Room con la line up più esclusiva vista dal salotto di casa, sempre meglio la prima. Sempre.

Ma questo non significa, o non dovrebbe significare, sparare a palle incatenate contro la Boiler Room.
E’ vero: da un lato ha “educato”/”abituato” la gente al clubbing virtuale, le ha fatto perdere di vista quanto sia importante esserci e viversi le cose, piuttosto che guardarle. Corretto.

Ma se la vedete così, avete pensato però anche all’altro lato della medaglia? Avete pensato a come la Boiler Room abbia comunque veicolato musica per lo più di grande qualità?


Avete pensato che magnifica opportunità sia (ri)educare le persone ad ascoltare musica buona e a concentrarsi su di essa, per quanto attraverso un monitor, e al non limitarsi a fare da parco buoi in pista?

Avete visto il lavoro redazionale che ha fatto la Boiler Room dopo che è arrivato il successo, sfornando dei documentari di qualità che hanno diffuso cultura, conoscenza e hanno illuminato nicchie di club culture prima snobbate che meritavano di essere illuminate?

E se l’avete notato, tutto questo, l’avete usato a vostro favore? O vi siete limitati a lamentarvi che la Boiler Room “…non è vero clubbing” (chiaro: non lo è), che il dancefloor virtualizzato è una merda, che respirare djing di qualità seduti davanti al proprio laptop sia la morte delle sensazioni e dello spirito più autentico della festa?

In sintesi: il successo della Boiler Room l’avete usato per prendere spunti per alzare il livello di quello che fate voi?

O invece avete provato banalmente a vampirizzarlo, questo successo, facendone delle (brutte) copie?
O meglio ancora avete provato a picconarlo, incazzusi, tirandone fuori solo i difetti reali ed in prospettiva ed ululando urbi et orbi contro di esso come non ci fosse un domani o un alternativa?

Con gli streaming, è la stessa cosa!
Con l’idea di una discoteca virtuale, solo ed esclusivamente on line, è la stessa cosa!!!

Ecco. Parliamo di quest’ultima. Una parte della comunità che si è radunata attorno a queste pagine si è ritrovata, pochi giorni fa, attorno ad un esperimento: un’esperienza “da Club”, “da Discoteca”, svoltasi solo ed unicamente attraverso lo schermo.

A colpi di clic e movimento di cursori si sono incontrate persone, si è cambiato sala, ci si è allontanati o avvicinati alla musica, si è cercato di inseguire chi ci interessava (magari offrendo pure da bere).

Pre-Rendering Hagorà Virtual Club – Designed by Andrea Langhi – for Big Mama Production

E’ stato davvero tutto curioso, e molto interessante. Lo è stato soprattutto per un motivo.
Ci ha fatto tornare ancora più voglia di passare una serata in un club!!

Avremmo potuto condannare già in partenza l’esperimento: “E vaffanculo al club virtuale!
Una socializzazione ed una esperienza solo sul web è un incubo, è diseducativo, è qualcosa in cui i teenager già stanno cadendo con la loro ossessione per Twitch, Fortnite e un certo modo “totalizzante” di vivere il gaming, via, basta, schifo.
Col cazzo che mi ci presto”.

L’avessimo fatto, ci saremmo persi un’esperienza interessante – e avremmo potuto farlo eccome, perché effettivamente siamo molto scettici e molto negativi contro chi vuole trasportare sul virtuale le tradizionali forme d’esperienza relazionale fisica. Per fortuna però non l’abbiamo fatto. Abbiamo così scoperto un esperimento interessante, da implementare in alcuni aspetti ma molto interessante, e contestualmente ci siamo pure ricordati meglio di quanto ci manca l’esperienza del clubbing. A furia di scartabellare ogni sera – anche il weekend – tra Netflix ed Amazon Prime, ce lo stavamo dimenticando.

Di più: abbiamo anche pensato che quando riprenderanno le cose, perché prima o poi riprenderanno…

questo “club virtuale” potrebbe essere un sistema perfetto per tenere vivo l’interesse attorno a un club e al suo popolo di aficionados anche durante la settimana, o comunque in tutti momenti in cui la serata non c’è

(che sia settimanale, bisettimanale, mensile, una volta a stagione…).

Ai tempi d’oro del Cocoricò, ci si trovava spesso in una serie di forum dove si commentava quello che era successo e si pensava già a cosa ci sarebbe piaciuto succedesse la volta dopo: era bello.

Ha contribuito a creare ed alimentare il culo, il divertimento, la passione. Nel frattempo poi sono arrivati i social, come piattaforma in cui convogliare tutti quanti e tutti i discorsi: ma Facebook, Instagram, anche Twitch e quant’altro, sono un po’ dispersivi, sono degli imbuti dove c’è tutto ed entrano tutti.

Avere un canale al 100% proprio (non una room di Clubhouse, non un gruppo privato su Facebook) è quel tocco in più che può avere varie ricadute positive sul medio termine, a partire dal fatto di non essere così sotto scacco degli algoritmi e delle scelte imprenditoriali di Zuckerberg & co.

Bisogna ritornare ad insufflare il mondo della notte di interesse e contenuti. In questo, il web può diventare un’arma utilissima.

Siamo alle solite, insomma: usi le cose, o te ne fai usare?

E se te ne fai usare, è colpa tua o colpa delle cose?

Ecco perché non saremo mai realmente amici dei luddisti. Ecco perché non ci fideremo mai di chi dice “Sarà sempre tutto peggio!” o “Basta, la magia s’è persa!”.
La magia s’è persa perché l’hai persa tu; e se non l’hai persa tu – perché sì, effettivamente non è detto che l’abbia persa tu – chi ti dice che non possa ritornare? Solo che per farla ritornare devi, semplicemente, capire che i tempi si sono evoluti, che le dinamiche sono diverse, che i mezzi a propria disposizione per esprimersi ed operare sono mutati. Non è un bene, non è un male: è così.

Ecco che allora anche la discussione sui PR, su PR virtuale o PR reale, assume un’altra colorazione. “Vinceranno i vecchi PR o gli algoritmi?!”, ci si chiedeva in un nostro articolo poche settimane fa.

Bene, nello stesso post trovate davvero una risposta intelligente a questo dubbio che, in realtà, è un finto dubbio.

Vincerà l’intelligenza.

Vincerà la strategia.

Vincerà chi avrà le idee chiare.

Vincerà chi saprà ottimizzare al massimo conoscenze, esperienze, prospettive.

Vincerà chi saprà prendere il meglio del vecchio ed applicarlo all’utile del nuovo.

…quanto tempo perso, molte volte, a scornarci su polemiche tanto feroci quanto in realtà sterili e poco costruttive.
Quante occasioni sprecate.

Quante risorse buttate al vento, inseguendo male – con poca preparazione e in modo dozzinale – la novità, oppure rimpiangendo eccessivamente un passato che era sì d’oro ma era spesso anche di merda e cazzate, le due cose assieme.
E che voglia hai tu, o il clubber tuo affezionato, di tornare attraverso lo schifo e la merda?

Vecchio vs. nuovo. Underground vs. commerciale. Virtuale vs. reale.

Senior gentleman with a cane having fun using a VR headset isolated on white background

Non è che forse abbiamo sprecato troppo tempo attorno a queste dispute, senza capire che la soluzione stava altrove, che c’era una “dimensione superiore” a cui puntare e con cui confrontarsi?




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