LA CURIOSA STORIA DELLA “PESCARA-NOCTURNA”

Nel 1959, Pasolini percorrendo la riviera adriatica, scrisse un articolo di cui ancora oggi i Pescaresi vanno fieri, dicendo a gran voce “Pescara è splendida!”, e descrivendo il lungomare come brulicante di vita, soleggiato ed elegante. Nei decenni successivi il potenziale individuato dal regista è esploso, fino ai fasti degli anni Ottanta e Novanta e Pescara è diventata una meta di turismo balneare di richiamo sempre maggiore.

La vita notturna della ridente riviera abruzzese, però, sembrava rimasta a quella degli anni pasoliniani: chalet sulla spiaggia, pochi e piccoli locali nel centro storico non sembravano all’altezza di un potenziale ancora inesploso.

E’ questa la Pescara che ricordo negli anni in cui ho cominciato a lavorare nelle discoteche, quando ancora si prendeva il gelato a Camplone e si firmavano i pass da consegnare rigorosamente “a mano”, quando si veniva cercati non sui social, ma in piazza, dove si arrivava in motorino dopo scuola.

Le vere discoteche non si trovavano nemmeno a Pescara, ma nelle zone limitrofe, Silvi, Montesilvano: nel capoluogo che pur cresceva in maniera esponenziale, la vita notturna sembrava non avere posto e mentre il resto del Paese era all’avanguardia nell’industria del divertimento notturno e le case discografiche sfornavano hit che parlavano inglese ma avevano firma italiana, a Pescara si ballava dentro locali che sembravano più le balere pasoliniane, con una pista ricavata in mezzo ai tavoli di plastica e una consolle appoggiata alla buona su un tavolo.

L’intuizione l’ho avuta dal ritorno dal servizio militare.

La vita notturna pescarese doveva uscire dal provincialismo nel quale si stava crogiolando: lo chiedevano i turisti, ma se lo meritavano gli stessi abruzzesi. Così, ho cominciato a girare l’Italia, a visitare le grandi capitali del divertimento notturno, in primis la Riviera Romagnola e la Versilia, che guardavo con ammirazione e invidia per cercare nuovi spunti e idee.

Ogni volta che ne parlavo nella mia città, mi prendevano come un visionario e ripetevano che Pescara non era lontanamente paragonabile a Riccione. Ma a me le sfide sono sempre piaciute e le ho affrontate.

La prima moda che abbiamo lanciato è nata da un apparente flop: avevo progettato una serata infrasettimanale di Mercoledì, allora impensabile, in un locale chiamato Medusa. Il nome era Starlight e non funzionò. Ma cominciammo a frequentare il locale nel weekend dopo le serate e a far venire i nostri amici per mangiare e bere qualcosa prima di tornare a casa, all’alba. Avevamo portato a Pescara una moda che era la normalità nelle altre regioni: la colazione post discoteca.

Ma la sfida più incredibile e di maggior successo risale all’estate del 1999: avevo ricevuto una grande delusione da alcuni imprenditori che non avevano accolto il mio progetto e mi ero fermato in un bar della riviera a prendere una spremuta (e sì, non bevo alcolici): il caso volle che il locale fosse di uno dei più importanti imprenditori della balneazione regionale, inventore storico del turismo di Pescara, il mitico Eriberto Mastromattei.

Mi venne l’idea di sfogarmi con lui e di lanciargli la sfida: quel giorno nacque un progetto che cambiò la vita notturna pescarese per sempre. Individuammo il Martedì, giorno inusuale per i pescaresi, ma la scelta era praticamente obbligata, perché lo stabilimento di Eriberto funzionava esclusivamente come ristorante e quello era il giorno settimanale di minore affluenza: quel locale era il Jambo.

Ingressiste, selezione, ragazze immagine, tavoli a bordo pista, servizio in sala curatissimo ed esclusivo e, soprattutto, la presenza del vocalist: ingredienti presi dalle mie esperienze fuori regione e che a Pescara erano totalmente sconosciuti. Era una sfida ardua: cercare di cambiare le abitudini della città e fare una cosa mai vista.

Affiancai al mio progetto due esordienti, che fino ad allora avevano lavorato per lo più in feste private e che da allora sarebbero diventati miei collaboratori e amici, Claudio Corna e Andrea Zoi.

Quell’estate fu un successo, ma l’anno dopo il Jambo era diventato un must: per tutta la settimana era una caccia continua agli inviti esclusivi e ogni martedì, dopo cena, si formava la fila davanti alla storica nave dei pirati che si stagliava sulla porta del locale. Era nata una moda e nello stesso tempo la notte di Pescara era diventata grande.

Ma quando quello che avevamo cominciato a creare, pochi anni dopo, divenne normalità per la nostra città, già avevo voglia di un’altra sfida: era arrivato il momento del Café les Pailottes, un’altra scommessa impensabile, ma che già sapevo vincente: un lido meraviglioso, con sabbia finissima, un ristorante gourmet come nessun altro in città, in un’area della riviera pescarese del tutto periferica.

La scommessa era anche questa volta creare un locale laddove il locale non c’era: sulla sabbia.

Ogni Giovedì da metà pomeriggio (era questo il giorno infrasettimanale scelto per la serata), i ragazzi dello staff smontavano le gigantesche palme nel centro spiaggia e stendevano tappeti pesanti sulla spiaggia, così da creare una pista da ballo solida, ma che desse comunque la sensazione di ballare sulla sabbia.

Dall’inaugurazione fino all’ultima serata, il Giovedì delle Paillotte era una garanzia, dalla cena fino all’alba, con ospiti e star di livello internazionale, che facevano ballare il pubblico in un’atmosfera da sogno, tra le palme, con la luna che si specchiava sul mare.

Nonostante gli impegni sempre maggiori che mi legavano a Pescara (nel frattempo avevo creato una mia agenzia di comunicazione), non avevo smesso di girare i locali d’Italia; anzi, insieme a quello che era diventato uno staff consolidato, promuovevo continui gemellaggi e scambi con le discoteche fashion più importanti della riviera adriatica.

E sempre durante una delle mie serate in trasferta, mi accorsi della potenzialità di una nuova forma di serata e di intrattenimento danzante: la cena-spettacolo. Nasceva, così, il format Dolceamaro, (ho sempre amato la canzone italiana degli anni Ottanta): per la prime volte scelsi una location anch’essa inusitata per fare discoteca: un casolare nelle colline pescaresi, Casale Marino.

Dal 2009, anno in cui osai per la prima volta, fu un’esplosione in tutta la regione e a tutt’oggi la cena-spettacolo è momento fisso nel panorama dell’intrattenimento pescarese.

Ma la sfida che ho più radicata nel cuore è anche quella che oserei definire la più “scandalosa”. Era il 2006: era ormai nell’aria il tramonto delle mega strutture anni Novanta, delle discoteche che facevano ballare migliaia di persone.

La stessa Pescara vedeva le sue due maggiori discoteche farsi una concorrenza spietata a suon di serate universitarie, mentre cominciavano ad emergere tante piccole realtà, soprattutto nella zona della città vecchia, che sembrava riprendere vita. Mancava un locale nuovo, che desse di nuovo lustro alla vita notturna pescarese e che invogliasse di nuovo il pubblico a ballare in un vero club.

Sulla riviera Nord, quasi al confine con Montesilvano, sul mare si ergeva il famoso locale con la guglia, che aveva fatto più di ogni altro la storia di Pescara e che esisteva da decenni, ma che era avvolto in un alone di fascino e mistero: il Tortuga, che fino a pochi anni prima era stato un night club, che aveva conosciuto i suoi tempi d’oro tra gli anni Sessanta e Ottanta e che ora volgeva in un inesorabile abbandono.

Un locale che stimolava curiosità soprattutto perché le donne non vi erano mai entrate.

Ed ecco la scommessa più grande: trasformare l’ex night club in una discoteca di grido. Il primo anno fu strepitoso: gli arredi erano rimasti quelli originali, con la moquette, i divanetti rossi, le abat-jour: sembrava esser tornati indietro nel tempo.

Tutti cominciarono ad entrare nel locale per curiosità, perché nonostante fosse lì da decenni, nessuno lo aveva mai visto: in pochi mesi, il sabato del Tortuga divenne un cult, che sopravvisse a lungo, sotto la mia direzione artistica, passando attraverso diversi rinnovamenti, ma mai perdendo il suo stile.

Il fascino del Tortuga, però, non era solo il locale, ma anche chi ci lavorava dentro: l’affiatamento, la fiducia, il rispetto reciproco e l’entusiasmo erano tali, che mai sembrava di essere sul luogo di lavoro, ma a tutti pareva di essere a casa, tanto che il nostro staff cominciò ad essere famoso, dentro e fuori Pescara, come la family.

Il resto della storia è storia recente.

Ora proiettiamoci al futuro più carichi ed innovativi che mai, nella speranza di cogliere le grandi opportunità che questo pazzo mercato ci sta mettendo di fronte.

( Giuseppe Di Vincenzo – alias Pepos )



Qui sotto un’intervista che Pepos ci ha rilasciato a Novembre 2020 in piena pandemia.


Ci parlò approfonditamente della figura dell’Art Director.





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