LA HOUSE MUSIC: PASSATO PRESENTE E…QUEL CHE SARÀ

Un sondaggio sulla community Clubbers ci ha evidenziato che rispetto a un anno fa, i consensi che sta riscuotendo la musica house non possono passare inosservati, +225%. Per non parlare se ci riferiamo a due anni fa (quasi +380%).


È vero che, chi partecipa a questi sondaggi, non è di certo la totalità del popolo della notte, ma non stiamo nemmeno parlando del parere dei “4 amici al bar”.


Eh sì, caro mio, se teniamo conto delle preferenze espresse in rispsota alle newsletters, e dei dati derivanti da tutte le piattaforme social, stiamo parlando di oltre mille preferenze espresse.


Peraltro tutto ciò è supportato da un altro dato, questa volta “macro” a livello di trend.

Sto parlando delle impennate che hanno subito le playlist houseggianti su Spotify e sui canali Mixcloud (o Soundcloud) in termini di ascolti. Sono lì da vedere.

Emerge una cosa: questo cambiamento di trend ci dice che molti clubbers che 365 giorni fa avevano espresso un voto, hanno cambiato idea.

Un po’ come quando uno che ha sempre votato “destra” (o sinistra) inizia improvvisamente a votare “sinistra” (o destra).
Eh, che in questo caso di solito c’è sempre un motivo, un fatto ben preciso che fa scaturire il radicale cambiamento dell’orientamento politico, qui invece no.

O meglio si possono avanzare delle ipotesi.

Chi dice che la pandemia ha “affinato” l’orecchio del popolo avvicinandolo e abituandolo pian piano a sonorità più “soulful” (anche grazie all’immenso lavoro mediatico fatto da Defected in questo lungo “stop”…)


Chi dice che questo dato sia strettamente concatenato ai dati che garantiscono l’imminente “ritorno del vinile” (se ne ha parlato anche una testata come ilSole24Ore in questo articolo…ci sarà un motivo).


C’è chi invece sostiene che è il reggaeton ad aver un po’ stufato. E che quindi, di riflesso, lascia spazio ad altri suoni (ugualmente ben percepiti dal gentil sesso…)


Infine c’è un’ultima corrente di pensiero. Coloro che attribuiscono ad un fattore “sociologico” questa piccola inversione di trend. Insomma quelli che… “Dopo un periodo di depressione sociale, è fisiologico che l’essere umano necessiti sonorità solari, cantate, che esprimano in qualche modo libertà e spensieratezza“.

Il fatto è che, in realtà, sono solo ipotesi.
Quindi, và a sapere dove sta la verità…ehehhe.

Tuttavia conoscere meglio la storia del “Fenomeno House” in Italia potrebbe aiutarci a capir qualcosa in più anche riguardo agli imminenti scenari futuri by-night.

Ecco perchè ho deciso di condividere in questo articolo parte degli studi e degli approfondimenti in cui mi sono “inabissato” l’anno scorso, nella fase antecedente alla stesura del mio primo mio libro.

Non è stato semplice condurre una vera e propria ricerca riguardante la matrice culturale di questa musica. Fortunatamente è il genere che, io, da sempre, amo.
(Eh sì, sebbene io abbia lavorato in certi periodi anche in locali più mainstream, ammetto di esser nato “house-oriented”).

LA HOUSE MUSIC IN ITALIA

STORIA DELLA MUSICA HOUSE IN ITALIA

Da noi la musica House arriva intorno al 1986/87.
Invidio non poco chi ha avuto la fortuna di assaporare quegli anni, chi ha potuto “respirare” la genesi di un movimento che ha coinvolto veramente milioni di persone. I primi pezzi house sono pezzi soul cantati su basi elettroniche, anche se, credimi, non stiamo parlando solo di suoni, ma di un nuovo modo di concepire la musica, di una rivelazione, di una filosofia di vita. 

Si veniva dagli anni del terrorismo, non per niente chiamati gli “anni di piombo”, quindi è normale che una moda così forte abbia impattato anche sul lifestyle, sul modo di vestire, e sul modo di trasgredire. Non credo esistano molti avvenimenti sociologici che abbiano la forza di cambiare uno stile di vita di migliaia e migliaia di giovani per oltre un trentennio. Eh sì, dico oltre un trentennio perché siamo di fronte a una delle pochissime forme artistiche che non è mai passata di moda, un po’ come il rock’n’roll o il jazz. La musica techno, in questo periodo, sembra avvicinarsi maggiormente a un pubblico giovane, più legato all’uso di droga e ai rave party, illegali. 

Al contrario, la house sembra esser riservata a un pubblico più grandicello, più fashion, con una grossa impronta gay, legata al mondo della moda.

Un po’ come il diavolo e l’acqua santa in buona sostanza. La house è una musica diversa, ha un’anima che crea un legame tra i club e la gente che li frequenta, tra la moda e la trasgressione. 

Sono anni speciali quelli, pieni di voglia di creare, apparire, ballare a ritmo di quella house music che pare render tutti felici, che trasmette emozioni “disco” in chiave moderna. La patria del movimento house italiano è la Riviera romagnola. Rimini e Riccione sono gli avamposti indiscussi. Dislocati in altre zone ci sono altri singoli club pionieristici, veri “ceppi autoctoni” (come il Plastic di Milano, il Devotion a Roma o il Red Zone) ma è la Romagna la vera “Club Land” in termini di innovazione e d’avanguardia musicale. Se è vero che esistono dei luoghi magici, delle zone in cui si sprigiona un’energia che ti porta a “fare qualcosa”, beh, allora in riviera quel qualcosa è, senz’ombra di dubbio…scatenarsi & ballare. 

In Romagna c’è sempre stata la tradizione del ballo, il culto del ballo; non a caso sorge in quella zona il precursore di tutto: la Baia degli Angeli (il vero Studio 54 italiano).

Nei locali a farla da padrone è l’atmosfera, come si suol dire “si crea ambiente”. Basta un dj che faccia della buona musica e delle persone che, riunendosi per ascoltare quel genere musicale, possano sentirsi parte di qualcosa. 

Sono i primi momenti dove anche il pubblico gay esce allo scoperto, potendosi esprimere liberamente.

Come avrai capito, la house è lo stilosissimo collante per tutto quello che, fino ad allora, era stato considerato tabù.

Il pubblico, improvvisamente, sembra disposto a “spararsi” centinaia di chilometri, pur di assaporare queste nuove tendenze, sia in ambito di moda che di musica. Ogni cosa nuova è ben accetta, è quasi una gara a chi intercetta per primo la nuova onda. Le discoteche stanno diventando dei veri set cinematografici in cui l’attore è il cliente: veri e propri ribelli che provengono da una miriade di paesini con mentalità chiusa, bigotta.

Il fondersi della musica all’immagine e a un grande senso di appartenenza ha delineato i tratti somatici della nuova “mecca del divertimento”. 

Pensa che, in quegli anni, quando si decideva di andare in discoteca si pensava al “look” una settimana prima, dal capello, al trucco, a come vestirsi (oggi ci si riempirebbe la bocca con l’inglesismo “outfit”). Capita spesso di vedere dei clubbers con questi look incredibili che, mentre entrano a un “after” alle 6 di mattina, incrociano e strappano un sorriso a chi a quell’ora va a lavorare; sì perché seppur si tratti di persone un po’ bizzarre, emanano positività con i loro trucchi e occhialoni strani. 

Pare di vedere un film: Hollywood è arrivata a Riccione. Nell’88 nasce l’Ethos Mama Club, uno di quei posti destinato a restare per sempre nella storia. È il primo tempio della house music, quello a cui ogni altro club si è poi ispirato. Al comando c’è Gianluca Tantini, con Maurizio Monti come direttore artistico, li ho conosciuti entrambi qualche anno fa bazzicando a Villa delle Rose.
Nonostante l’Ethos-Mama sia una situazione molto innovativa, molto underground, c’è un sacco di bella gente, bellissime ragazze e bei ragazzi, tutti si divertono alla grande; parlo di gente trendy, fashion victim, che vestono le ultime tendenze degli stilisti emergenti. 

In molti mi hanno confermato che qui, come in nessun altro posto, l’essere alla moda sia un dogma, condizione sine qua non per accedere. Si narra di Gaultier, di Monclair e di altri celebri stilisti nell’elenco dei frequentatori. E ne vogliamo parlare di un Jovanotti che si mette dietro la consolle a guardare il lavoro del dj? 

Mi è stato raccontato di persone che, per venire a ballare all’Ethos Mama, prendano l’aereo da Londra e da Parigi. 

Un anno più tardi inaugura invece il Cocoricò, intercettando le idee visionarie di Ferruccio Belmonte con cui, peraltro, ho stretto un ottimo rapporto. Ho persino recentemente acquistato un suo libro “Cocoricò 1991-1992” da cui ho appreso che l’iconica piramide, destinata a diventare poi cassa di risonanza e centro di diffusione di quella sua intrinseca provocazione, enfatizza la massima espressione di libertà individuale; un concetto chiave del quale la caduta del muro di Berlino è indubbiamente il simbolo. Il Cocco è cultura, ha un’identità marcata e pionieristica, guidata dalla ricerca del piacere in chiave sperimentale. 

Questo locale porta in Italia un’ondata di trasgressione, una ventata nuova ed eccitante di stimoli mai percepiti, diventando un’epica dimora per artisti provenienti dal mondo intero. “Ale, non puoi capire! Al Cocoricò arrivavano nomi internazionali come Eddy de Clercq di Amsterdam, Grace Jones, Frankie Knuckles o i Daft Punk!” – mi disse Ferruccio. Esistevano veri e propri disco-treni che, assieme ad aerei, collegavano l’Italia e l’Europa a Riccione. 

Tornando al nostro percorso, è evidente che già in questi anni, molti imprenditori romagnoli, decidono di “osare”. È inutile, pare proprio siano un passo avanti. Sono sicuramente i primi ad investire nell’innovazione, ad investire sui dj in un mercato laddove si era soliti puntare su un’orchestra, “modalità balera” (persino i disc jockey stranieri fanno le loro prime apparizioni italiane in riviera). 

Non mi stupisce per niente che la gente inizi ad affluire a fiumi, da ogni dove, per ascoltare le nuove sonorità. Sono sempre i club della Riviera a munirsi per primi di direttori artistici e comunicatori, tutte figure fino ad allora inesistenti e che, sicuramente, hanno contribuito a divulgare il mito di Riccione e Rimini su scala nazionale. Anche l’avvento dell’animazione da palco è riconducibile all’esplosione del movimento house romagnolo. 

È un vero peccato che i media e l’opinione pubblica in generale non abbiano mai sprecato una sola parola positiva nei confronti di ciò che questa rivoluzione stava apportando a livello socioculturale. In compenso, se la “demonizzazione del clubbing” fosse una disciplina olimpica, sarebbero indubbiamente da medaglia d’oro; eh sì, dall’alto si è sempre e solo amplificato il lato oscuro, il lato negativo del nostro mondo.

A inizio anni ’90 le pagine di cronaca nera di colpo sono per la maggior parte dedicate alle cosiddette “stragi del sabato sera”; un modo di sottolineare e rimarcate come, per colpa della movida, alcuni ragazzi ubriachi e insonnoliti si schiantano in auto contro i guard-rail. Sorge allora il movimento delle “Mamme AntiRock”, in lotta per chiudere i locali a orari decenti e per vietare all’interno la vendita di super-alcolici. 

Il limitare gli orari di chiusura porta invece al consolidamento del fenomeno degli “Afterhours” che, in quel periodo, hanno imperversato in lungo e in largo. Prende vita il primo “after” italiano, si chiama Diabolika. Precisamente il 15 luglio 1988, nella dépendance di uno dei miei hotel preferiti: il Grand Hotel di Riccione. L’evento ha come formula quella del club privato: per entrare occorre possedere la tessera e un documento di identità. 

Ogni domenica mattina, dalle 06:00 in avanti, si vede arrivare al Grand Hotel la “meglio gioventù” vestita rigorosamente in abito da sera, per passare un paio d’ore nella pista di questa situazione fantastica. Sono nati gli Afterhours, eventi destinati a diventare una moda, in Italia come nel resto d’Europa, da Londra a Ibiza. Molti si presentano nel locale dopo aver ballato tutta la notte in altre discoteche, ma non solo; ci sono frequenti casi di clubbers che rimangono a casa il sabato sera, per svegliarsi presto in occasione dell’after della domenica mattina. Il locale era piccolo (400/500 persone) e restano regolarmente fuori centinaia di ragazzi. Il Diabolika non è solo il primo afterhour italiano, ma uno degli happening più mondani della Riviera. 

Parlando di after, non si può non citare l’Exogroove del mitico Gabon, senz’altro una delle serate più chiacchierate di sempre. È una po’ la risposta made in Milano alla Riviera, quella stessa Milano che vanta il Plastic come il suo locale più trendy. Un po’ new wave, un po’ dark molto gay oriented, ma senza sbandierare la tendenza. 

Spero di esser riuscito a trasmetterti che l’arrivo della musica house è stato una vera e propria rivoluzione culturale, oltre che musicale. Quella rivoluzione che ha permesso a milioni di giovani di sentirsi liberi, spensierati, con un’enorme voglia di esprimersi e di divertirsi. Quella rivoluzione che ha cambiato completamente il ruolo del dj. Per me i veri dj iniziano con la musica house. 

( Ale Big Mama )

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