MICAELA ZANNI E….I SEGRETI DEL KINKI DI BOLOGNA

Mi sono trovata al Kinki per caso. Ha avuto a che fare (anche) con questioni di cuore. Frequentavo, come tutti in quel periodo, molti locali anche con proposte molto diverse tra loro, ma da quando ho messo piede lí non me ne sono più andata.

Era un mondo talmente incredibile, creativo, rivoluzionario, moderno, internazionale e di avanguardia che l’ho immediatamente riconosciuto come il mio.

Ho iniziato a frequentarlo nel 1986, nel 1988 sono entrata nella compagine societaria, grazie alla mia “incoscienza”, alla mia ispirazione ed alla mia temerarietà.

Il Kinki prese vita nel 1958 (anche se non si chiamava ancora così) e, nonostante sia una cantina, ha sempre goduto di una connotazione molto Glamour.

Negli anni sessanta Lucio Dalla ne era il DJ e lì conobbe Gino Paoli che lo convinse ad andare a Roma ed iniziare la carriera di cantante.


Jimy Hendrix, dopo il suo concerto nel maggio del 1968, andò lì da cliente e si mise a suonare in un’improvvisatissima jam-session.

Già allora era frequentato da una clientela internazionale e di grande spessore, Jackson Brown e moltissimi attori di cinema e teatro lo frequentavano.

Nel 1975 diventa Kinki, di nome e di fatto e si gioca il primato di primo locale gay d’Italia con un altro locale di Firenze.

Ha sempre mantenuto quell’alone di esclusività, di mondanità e di unicità ma diventa anche molto trasgressivo.

Famosa, del Kinki, è la selezione.

Credo che sia l’unico locale del mondo che ha avuto per anni 2 file: quella di chi sperava di entrare e quella, sul lato opposto della strada, che guardava quelli che volevano entrare.

Questo rende abbastanza l’idea di quello che era. Posso citare decine di super vip internazionali che lo hanno frequentato da clienti, assiduamente o scelto quando si trovavano nei paraggi, Mick Hucknall e Rupert Everet, nonostante fossero assidui, un volta ciascuno non hanno passato la selezione, sono rimasti fuori. Non a caso è citato in ben 8 romanzi dal celeberrimo “un week end post moderno” di Pier Vittorio Tondelli a “Tu che sei di me la miglior parte” di Enrico Brizzi.

L’altro ingrediente fondamentale e costante del brand Kinki è sempre stata la qualità musicale che lo ha portato ad essere sempre avanguardia e lo ha fatto conoscere ovunque per decenni rendendolo tappa obbligata dove suonare per diventare famosi.

Anche a livello di dj quasi tutti i big ci hanno suonato, oltre ad avere sempre resident di altissimo livello che lo diventavano anche grazie al fatto che al Kinki potevi permetterti di sperimentare e di dar seguito alla tua natura e al tuo stile musicale.

Un altro cardine del Kinki é stato sicuramente lo spirito del suo pubblico: io credo di aver assistito per lungo tempo a quella che sulla carta oggi è definita “globalizzazione”, gente di tutti i colori, di tutti i generi (al Kinki c’erano già negli anni ’70 tre bagni: uomo, donna e X), tutti ceti sociali, i credo politici e religiosi e non c’è mai più stata una mescolanza così fattivamente creativa nel mondo come quella che c’è stata nei Club a partire dal Loft.


Tutti davano, interagivano, l’essere e il manifestarlo era la sola cosa importante. Il contrario di adesso.

Sicuramente essenziale inoltre, è stata la famiglia che si è creata con tutti quelli che ci hanno lavorato, dai PR ai DA, dai Djs ai  camerieri: io so lavorare solo in team e per questo abbiamo avuto una grande forza e un grande senso di famiglia appunto che abbiamo sempre trasmesso alla clientela che al Kinki si sentiva come a casa.

Per almeno 40 anni quindi il Kinki è stato un locale molto esclusivo, di super-nicchia, incredibile, autenticamente underground, quindi poco visibile per definizione e forse questo, più di tutti, è il SEGRETO.

Dal 2000 in poi, nonostante abbia sempre continuato a lavorare almeno 3 sere a settimana, si è uniformato agli altri.


Le ragioni, io ritengo , sono dovute al fatto che è cambiata profondamente la gente e il mondo.
Quel periodo è stato, come lo chiamo io “ l’isola che non c’è” per tanti motivi e circostanze fortunate, ma soprattutto perchè non c’era politica a nessun livello.

Oggi la politica domina la vita di tutti, è ovunque, e questo impedisce alla gente di vivere davvero liberamente, è triste.

Spesso mi viene domandato se l’essere una delle pochissime quote rosa nel mondo della notte mi abbia portato vantaggi o svantaggi, o come in qualche modo abbia influito sulla mia carriera.

La veritá é che il contesto nel quale sono cresciuta non mi aveva mai portato a fare questa riflessione, ho sempre agito in totale libertà di azione e di pensiero credendo di valere esattamente quanto chiunque altro.


Recentemente però ho iniziato a notare, (con grande sorpresa e grande dispiacere) che effettivamente il fatto che io sia donna da alla mia professionalità una diversa importanza. Io sono l’unica donna in Italia, tra le poche nel mondo, che per oltre 30 anni ha gestito un locale come questo, senza mai fallire, mantenendolo per almeno 2 terzi della mia carriera a livelli inarrivabili per molti.

A posteriori però mi sono resa conto che non sono stata presa sul serio come invece capita a miei colleghi e “colleghi” maschi, spesso pluri-falliti e senza i loro locali da lustri che invece vengono considerati dei “fenomeni”.

La mia carriera molti non la vogliono vedere!!”

È però anche vero che ho sempre mantenuto un profilo basso, mi sono esposta poco a livello mediatico e di pr perchè, ho sempre preferito dar precedenza alla mia famiglia.


Molte persone non lo sanno, ma nasco come estimatrice del Soul e dell’R&B; come dico spesso ho un’anima black per quanto riguarda la musica, ma mi piace tutta. In quel periodo, quando ho iniziato, in generale, il livello qualitativo di ogni genere era altissimo e la sfida era sperimentare, conoscere sempre dei nuovi generi e delle nuove contaminazioni.

La Musica House e il Kinki sono stati un connubio perfetto, le basse frequenze sparate in quella pista, dentro quelle mura, con impianti potentissimi hanno sempre dato al ballo la sensazione di un rito ancestrale.


Essendo l’ House fatta con l’ausilio di Drum machine e campionamenti, il suono è molto più “potente e dinamico” rispetto ad altri generi, e questo, secondo me, è il suo punto di forza.

Ovviamente non é mai stato tutto rose e fiori, anzi, di momenti bui ne ho avuti tanti, del resto le carriere lunghe hanno sempre alti e bassi. Diciamo che due sono le cose che mi hanno fatto più male: i tradimenti di collaboratori a me vicini, e…il momento in cui ho realizzato che quel magico mondo sembrava essere irrimediabilmente finito.

C’è un aneddoto che racconto sempre: c’era al Kinki quella sera David LaChapelle con Amanda Lepore, da clienti, lui era a Bologna per una mostra. In quel momento, 2001 credo, era il fotografo più celebre del mondo; aveva appena fatto Hotel LaChapelle e fotografato tutte le più grandi icone con queste sue foto pazzesche. Ebbene, si sparge la voce che era nel locale e ad un certo punto viene da me un ragazzo, un cliente, e mi fa (testuale): -“OH! ma se è un fotografo, perchè non fa le foto??”-  Lì mi sono sentita letteralmente svuotata, tipo come se mi avesse investita un treno e ho pensato: è finita davvero. Nessuno dei miei clienti avrebbe mai avuto un atteggiamento di questo tipo, e soprattutto, tutti lo avrebbero ben saputo chi era.

Si puó dire che Bologna è stata il “place to be”, negli anni ‘80 senza timore di smentita la città più avanti di tutte, sia in città che al Kinki c’erano persone da ogni dove, culturalmente ricchissima, ma dalla metà degli anni ’90 ha iniziato un rapido declino.


Oggi è una città, secondo me, vittima del suo stesso permissivismo, una città imbruttita che però continua a pensare di essere ancora una città di riferimento.

Ci sono sempre stati molti locali, tutti molto belli e frequentati,  poi dalla fine degli anni ‘90, proprio qui si è affacciato prepotentemente e senza controllo quel fenomeno che ha dato vita a locali veri e propri che, mascherati da centri sociali, hanno fatto una concorrenza spietata e sleale agli altri.


Il risultato è che oggi, a Bologna, i locali regolari si contano sulle dita di una mano, ma anche i centri sociali. In generale comunque il mercato pre-covid era piuttosto piatto, come nel resto del nostro Paese.

Diciamo che da queste parti il periodo prima della pandemia è stato forse il momento in cui ho percepito il minore interesse verso i locali da parte dei giovani. Pare preferiscano socializzare in altri modi, primo fra tutti quello di stare tutta la notte in strada in prossimità di bar e baretti.

Alle nuove leve, ai giovani gestori/organizzatori direi di dare qualità e questo è sempre vero, ma oggi i locali devono approcciarsi ad un pubblico che non ricerca più le sensazioni profonde legate alla musica come il ballo, il sudore e lo sfregamento dei corpi, questo è un pubblico più freddo, meno propenso a sporcarsi le mani, abituati ad avere tutto e subito anche di bassissima qualità purché soddisfi il qui e ora.

Allora occorre cavalcare i fenomeni di riferimento, cercando di personalizzarli in modo da crearsi una identità in grado di affiliarsi un pubblico da far crescere.

Sono piuttosto convinta che il covid abbia fatto capire al nostro pubblico che la nightlife è importante, per cui credo che sia più facile creare un’ offerta attraente di quanto non fosse prima del covid. Poi…. da cosa nasce cosa.

( Micaela Zanni )

Abbiamo fatto una domanda a Micaela: “Quali sono le tue previsioni sul futuro?”

Qui trovate la sua risposta → Video previsione

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