E INSOMMA: COSA ABBIAMO IMPARATO (di Damir Ivic)

C’è un disco bellissimo di cui si festeggia quest’anno il decennale: “What Have We Learned”, di Morphosis, uscito su Delsin (per gli estimatori della techno più di qualità, una etichetta che è una garanzia). Morphosis all’anagrafe fa Rabih Beaini: personaggio eccezionale, di enorme cultura, libanese trapiantato prima in Italia (a Venezia, per studiare architettura) e poi a Berlino.

Una di quelle persone che oltre ad essere baciate dal talento ascolta molto, pensa molto, rispetta molto.

Ecco: quel disco fu quasi un canto del cigno per l’anima “techno” e “ da dancefloor” di Beaini, che da lì in avanti si concentrerà sempre più sulla ricerca, sull’esplorazione, sulla sperimentazione. Poteva battere il ferro finché è caldo – godeva di crescente reputazione in ambito techno, e quelli erano gli anni in cui l’interesse attorno a quella musica stava ri-esplodendo – invece decise di andare in un’altra direzione. Che sentiva più sua.  

“What Have We Learned”.
Ovvero, “Cosa abbiamo imparato”.
Dovremmo chiedercelo anche noi, ora che siamo arrivati all’anno e mezzo di pandemia. E’ saltata metà della stagione indoor 2020. Speravamo di riprendere a Settembre, Ottobre 2020, anzi, qualcuno già dall’estate dell’anno scorso aveva pensato fosse finito tutto, con buona pace dei catastrofisti, e si era comportato di conseguenza.

Col senno di poi, sbaglio netto (…ma è sempre facile parlare col senno di poi). Niente prima parte della stagione indoor 2020/21, niente nemmeno seconda parte, qualche timida fiducia per l’estate (affogata però nell’immobilismo decisionale delle istituzioni), ora siamo tutti appesi alla riunione tra CTS e Governo di Venerdì 01 Ottobre.

Che potrebbe, non è da escludere, di nuovo “decidere di non decidere”: perché ormai è ufficiale che la questione del ballo e delle discoteche è quella che spaventa di più. Panico vero. Un po’ per motivi scientifici, un po’ per retaggi ottusamente moralistici. 

  • Cosa abbiamo imparato?
  • Come abbiamo usato tutto questo lungo periodo di stop?
  • Quali nuove consapevolezze abbiamo acquisito, se le abbiamo acquisite?
  • Possiamo dire che “ne stiamo uscendo fuori migliori” o, come ormai si dice più spesso, lo stop pandemico non è servito assolutamente a nulla?

È importante farsi queste domande. Ed è importante darsi delle risposte sincere.  

Proviamo fare un elenco!
(ma voi che leggete avete la possibilità e l’obbligo di completarlo nella vostra testa, e nei commenti&confronti che poi ci saranno a pubblicazione avvenuta).

Abbiamo imparato che abbiamo perso completamente il favore dell’opinione pubblica “normale” (ma quello forse fin dagli anni ’90 se non addirittura prima); ma abbiamo anche imparato, e questo è doloroso, che abbiamo perso l’affetto e il sostegno di chi le discoteche le frequenta.

Tolto infatti uno zoccolo durissimo, che però spesso è composto direttamente da addetti ai lavori e quindi da gente direttamente interessata e toccata nei suoi interessi, non c’è stata nessuna sollevazione popolare per riaprire le discoteche, non c’è stato nessun “movimento di popolo” che si si sia schierato a favore della libertà di ballo.

Bisogna essere molto sinceri nel dirlo.  

Chiaro: appena possibile, la gente si è tuffata a ballare. Ci mancherebbe. La voglia di ballo c’è, e sempre ci sarà. Ma è andato perso il legame “morale+emotivo” che si era costruito negli anni ’90, almeno con alcune realtà.

La gente balla, ma non è disposta a muovere un dito per combattere a favore di chi li fa ballare!

Segno che in questi ultimi vent’anni non si è gestito bene (eufemismo…) il rapporto di fidelizzazione con i propri clienti.
(Nella Academy se ne parla approfonditamente di “Come fidelizzare i clienti” e “Come riattivare i clienti persi”!)


Li si è visti come entità da “spremere”, da cui estrarre fatturato, a cui dare solo le proposte più prevedibili, più fruttifere, a cui i suddetti clienti avrebbero risposto in modo quasi “pavloviano”, ottusi come sono; al momento del dunque, al momento del bisogno, i clienti hanno risposto con una inevitabile indifferenza. Inevitabile.

Se mi consideri scemo, non pensare poi che mi possa spendere e sacrificare per te.  

Abbiamo imparato che il mondo della notte non è ancora visto come un mondo della socializzazione (anche se lo è) e dello sviluppo di nuove culture (anche se potrebbe esserlo, e in qualche raro caso lo è già). È visto invece come un luogo del divertimento, stop, e nemmeno un divertimento così identitario e passionale come lo è il calcio (a cui infatti si concedono cose che alle disco non si concedono).

Bisognerebbe lavorare anche su questo, ecco. Il divertimento notturno è davvero il laboratorio sociale e culturale per eccellenza di questi anni, a saperlo usare, con importanti ricadute economiche: lo sanno in moltissime capitali europee.

In realtà dovrebbe saperlo anche l’Italia, che negli anni ’80 e ’90 è stata all’avanguardia nel settore e poi, beandosi di questo primato, ha smesso di innovare, investire, sognare, prendersi dei rischi, pensare in modo coraggioso. Questa è la cruda realtà dei fatti. Le eccezioni sono state troppo sporadiche per diventare sistema.

Quando a fine anni ’80 e nei primi anni ’90 erano tante ma tante le realtà ad essere avanguardia, si era creato tutto un sistema virtuoso di interesse ed amore da parte di un pubblico “nuovo” e folto su cui si è vissuto di rendita a lungo – e in molti casi ci si vive tutt’ora.

Ma la pandemia può aver spezzato definitivamente la forza d’inerzia.

Anche perché ora ci sono molti competitor prima inimmaginabili (…internet, anyone?), che già da anni “ammazzano” il ricambio generazionale. Abbiamo imparato anche che la categoria degli addetti al divertimento notturno è impreparata ad organizzarsi.

Chi è organizzato non riesce a “volare alto” e/o non ha gli strumenti per farlo; chi riesce o almeno potenzialmente potrebbe riuscire a “volare alto”, invece, è troppo immerso nel proprio ego per accettare di lavorare non a favore di se stesso, ma a favore di un’intera categoria. La vede come una perdita di tempo. Ha ragione? Ha torto? La discussione è aperta.

Di sicuro in una fase emergenziale come questa l’intera categoria non è riuscita ad unirsi, zero.

Non è riuscita a parlare con una voce unica, spesso non è riuscita a parlare e basta, e spesso quando invece l’ha fatto ha messo in campo deficit comunicativi – anche linguistici, con strafalcioni imbarazzanti – ed analitici pesanti.

La cosa più triste era vedere che la si buttava nella politica spicciola, rimettendo in campo le dinamiche da talk show televisivo di piccolo cabotaggio (dagli ai “rossi”, dagli ai Salvini), quando invece bisogna avere la maturità di non cadere in questo dibattito basso, bassissimo tirando invece fuori proposte che andassero bene per chiunque, di sinistra, destra o centro che fosse.  

Abbiamo però imparato pure delle cose buone.

Abbiamo imparato a pensare che forse riflettere sul proprio lavoro e sul come innovarlo non è tempo perso e sottratto al fatturare (…tanto più che ora per quasi tutti fatturare è impossibile).

Abbiamo imparato che non potevamo andare avanti con una economia sempre più difficile, in cui anche prima della pandemia – ripetete con noi: anche prima della pandemia – si operava in perdita, si portavano avanti dinamiche sempre più perdenti, si allocavano risorse sulle persone sbagliate, si insisteva su certe soluzioni solo per pigrizia mentale o per orgoglio narcisista ferito che ti impedisce di ammettere che le scelte prese finora stavano diventando davvero sbagliate.

Questo perché si pensava che prima o poi le cose si sarebbero “…rimesse a posto”, tornando ai tempi belli ed agli anni ’90 e primi 2000: invece è arrivata la pandemia, sono arrivati i tempi bruttissimi.

I nodi vengono al pettine.

Aspetti che prima sarebbe stato meglio affrontare (ma non li si affrontava, pensando che tutto si sarebbe sistemato da solo) ora sono lì davanti e non li puoi sfuggire.

Perché ora è questione – imprenditorialmente parlando – di vita e di morte.  

Bisogna però legare le parole e le buone intenzioni ai gesti concreti.

A parole si capisce finalmente che è fondamentale essere uniti, ed avere una rappresentanza efficace; appena possibile però – vedi le situazioni estive – quasi ognuno per i cazzi suoi, chi può gabbare le leggi gabba le leggi, chi può operare con escamotage legali se ne frega di chi invece è fermo, chi può avere accordi “pacifici” con le amministrazioni locali è disinteressato alla sorte di chi invece non li può avere.

Che poi, non significa che bisogna raggrupparsi tutti sotto un “pensiero unico” ed andare dietro a qualche Conducator (auto)eletto che rappresenti in modo granitico il mondo della notte: possono anche esserci diverse posizioni, diverse decisioni, ma bisognerebbe avere la sincerità di discuterle e rivendicarle.

Abbiamo visto troppe persone prendersela con le decisioni del Governo che proibisce il ballo e non vuole sentire le ragioni delle discoteche e, cinque minuti dopo, pubblicizzare eventi con dj di grandissimo grido e con un’attitudine chiaramente “da ballo”:

che credibilità puoi avere, agli occhi delle istituzioni ma anche dei tuoi stessi clienti?

Abbiamo visto gente criticare Salmo, perché “così non si fa, si getta discredito su tutta la categoria e poi il conto lo paghiamo tutti”, e subito dopo fare esattamente quello che ha fatto lui però aumm’aumm’, stile “Io speriamo che me le cavo” (o meglio: “Io speriamo che non se ne accorga nessuno”). 

Non sono più gli anni ’90. Non siamo più l’avanguardia estrema del divertimento.

Non siamo più la novità più eccitante. Non siamo più l’unico mondo dove le persone si incontrano senza filtri.

Non siamo più un mondo ricchissimo, dove basta aprire la porta e subito inizia a guadagnare carrettate di soldi. Non siamo più il mondo dove si può fare del nero, visto il flusso dei contanti, tanto “a chi interessa…” e “ma chi ti controlla”. 

Ma siamo ancora adesso un posto bellissimo. Siamo ancora adesso quelli che possono farti vivere la botta emozionale della musica nel modo più coinvolgente possibile, e farlo in caso ogni settimana.

Siamo quelli che ti possono far sentir parte di una “community” come niente e nessun altro (sì, anche più di internet).

Siamo quelli che possono innovare. Siamo quelli che possono guardare alle musiche nuove. Siamo quelli che ti possono connettere con le persone e i movimenti culturali più fighi d’Europa e del mondo.  

Siamo ancora, potenzialmente, la “porta” per le persone ad un mondo migliore. Nonostante tutto. Nonostante tutto quello che (non) abbiamo imparato!

Smettiamo di essere bottegai senza fantasia e senza idee: riprendiamoci quello che potrebbe essere nostro – e che tra l’altro già lo è stato. 

Per riuscirci però forse dobbiamo fare come Morphosis: rimetterci in gioco, abbandonare le vecchie certezze, seguire la via dell’esplorazione e della sperimentazione.

Perché è quella, in fondo, che ci ha fatto iniziare a fare quello che facciamo.

[ Damir Ivici ]

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